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L’Amaranto si Può Coltivare in Toscana

L’antico grano delle Ande, l’amaranto, più propriamente definito “pseudocereale“, si può oggi coltivare anche in Toscana grazie ad un progetto dell’Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente (DISPAA) realizzato in collaborazione con Probios, Ente Cassa di Risparmio di Firenze e Terre Regionali Toscane presso il Centro per il Collaudo ed il Trasferimento dell’Innovazione di Cesa (Arezzo).

Nel marzo del 2015, al convegno di presentazione del progetto a Firenze, è stato fornito agli agricoltori intervenuti il manuale sulla tecnica di coltivazione dell’amaranto a cura del gruppo di ricerca del DISPAA, insieme a una piccola quantità di semi selezionati durante lo svolgimento delle ricerche.
Probios ha preso parte al convegno, illustrando le opportunità sul mercato italiano e mettendosi a disposizione per valutare la produzione ed inserirla nella propria offerta. Ad oggi, Terre Regionali Toscane, ente della Regione Toscana situato nel Parco Naturale della Maremma ad Alberese, è una delle prime realtà che sta testando la sua coltivazione insieme ad aziende agricole private.

Questo “pseudocereale”, originario del Centro America, è stato per millenni il nutrimento principe dei popoli andini, Inca e Aztechi, che lo ritenevano sacro agli dei. Grazie alle sue caratteristiche nutrizionali, l’amaranto è inserito nella categoria dei cosiddetti “superfood” e può essere impiegato per usi alimentari, ma anche cosmetici e farmacologici.

Da questo seme, ricco di proteine di alta qualità e privo di glutine, si ricavano alimenti particolarmente adatti per anziani e per persone affette da celiachia.
Una coltivazione di amaranto estesa in Toscana porterebbe grande beneficio non solo in un’ottica meramente economica, ma anche da un punto di vista agronomico, etico e di riduzione dell’impatto ambientale, vista la richiesta crescente di questa preziosa pianta che però attualmente attraversa mezzo mondo per arrivare sulle tavole degli italiani. Una grande opportunità per la regione quindi, prima in Italia e seconda in Europa solo alla Repubblica Ceca e all’Ucraina, per farsi portavoce di un’agricoltura sana, rispettosa delle tecniche agronomiche e alternativa alle grandi colture industriali, attraverso filiere corte dedicate alla produzione, semi-lavorazione e al commercio di questo seme dalla tradizione plurimillenaria.

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